Ho aperto questo negozio nel 2024, e la parte che mi riesce meglio è quella in cui non parlo con nessuno.
Lo scrivo qui perché negli ultimi mesi sto rimandando tutto ciò che ha a che fare con il parlare: con i clienti, con le persone, con chi mi propone una diretta o una videochiamata. Non è una pausa e non è una crisi. È una cosa che ho guardato in faccia, e ho preferito raccontarla invece di coprirla con un calendario editoriale più fitto.
Le persone, per me, sono un chiasso
La frase è mia e la lascio intera: le persone rappresentano per me un chiasso, a meno che non ci sia il contesto e il modo per scambiare qualcosa in maniera pacifica. Sono piuttosto solitaria.
Detta così sembra una confessione, e invece è una misura. So quanta voce reggo in una giornata, e so cosa succede quando ne reggo di più: divento brava a rispondere e pessima a scegliere, e in un negozio come questo scegliere è l'unico lavoro che conta davvero.
C'è anche il rovescio, e lo dico perché altrimenti sembra una scusa elegante. Guardare il dettaglio per gli altri mi è sempre riuscito, ed è il mestiere che ho fatto per anni: valorizzare qualcun altro, tenere lo sguardo fermo su una cosa che non era mia. Quando tocca a me, la spontaneità diventa un peso, perché qui sono da sola e non c'è nessun cliente da mettere davanti.
Il lavoro che non chiede niente in cambio
Scegliere un pezzo, guardarlo, capire come è stato fatto e da quali mani, è l'unica cosa della mia giornata che non chiede niente in cambio.
Succede in silenzio, e succede sempre nello stesso ordine. Guardo la qualità, poi la bellezza, poi la rarità, poi l'adattabilità, e per ultima l'accessibilità, che è il modo lungo per dire che un pezzo bello e raro ma da trecento euro qui non entra. Cinque parole in fila, sempre quelle, ed è il motivo per cui i pezzi che tengo si assomigliano anche quando non si assomigliano affatto.
A settembre ho scritto che il mare è un'altra cosa quando tutti stanno andando via: meno gente, la luce bassa, la sensazione di essere arrivata nel momento sbagliato e di trovarci invece tutto lo spazio. Scelgo i pezzi con lo stesso criterio, e non me ne ero accorta finché non l'ho scritto.
Non c'è niente di mistico in questo. È solo che la parte del lavoro che mi restituisce qualcosa è muta, e la parte che mi svuota ha una voce.
Quello che non ti prometto
Non ti prometto che a gennaio ricomincio con i video perché qualcuno mi ha spiegato che funzionano. Se torno a farli sarà perché mi va, e se non mi va non li faccio: preferisco dirtelo adesso, invece di sparire a metà di una serie di storie già annunciate.
E non sto costruendo un personaggio schivo, perché sarebbe la stessa messa in scena con il volume abbassato. Un negozio che parla poco cresce più piano, questo lo so bene, e lo sto pagando in ordini che non arrivano e in persone che non sanno che esisto. È un costo che ho scelto con gli occhi aperti, non un vezzo che mi concedo.
Se ti hanno detto che sei scostante
Non ho un metodo da darti, e non credo che serva. Quello che ho notato, in questi mesi, è che la calma non arriva quando finiscono le cose da fare, perché le cose da fare non finiscono mai: arriva prima, nel momento in cui smetti di trattare come un difetto la quantità di mondo che riesci a reggere.
Puoi rispondere domani. Puoi non rispondere. Puoi chiudere una giornata avendo fatto una cosa sola, se quella cosa era la più importante, e puoi farlo senza spiegare a nessuno perché non eri disponibile.
Intanto i pezzi continuo a sceglierli, e in negozio adesso ce ne sono sessantuno, con gli ultimi arrivati in cima. Come sono arrivata a sceglierli così sta nella pagina dove mi presento, e il nome del negozio ha una storia sua, che sta in un'altra pagina di questo Diario. Le ultime due lettere che ho spedito sono del 27 agosto e del 7 settembre, e resta quello il posto dove parlo meglio.
È giusto sentirsi così.